Associazione "Insieme Fratelli Indios"  
Associazione Insieme Fratelli Indios
Associazione "Insieme Fratelli Indios"
A.I.F.I.
Chi è l' Aifi
Le attività dell'Aifi
Le realizzazioni dell'Aifi
Come collaborare con l'Aifi
Il Giornale "Amazzonia"
Adozioni a Distanza
Pastoral da Criança
Offerte-donazioni
Gruppo RAMI
News
 
Amazzonia
Estensione
Clima
Fiumi
Suolo e Sottosuolo
La Deforestazione
Galleria fotografica
 
gli Indios del Javari
Le Tribù
"Ai Piedi dell'Arcobaleno"
Campagna Javari

Gli indios del Javarì

La Valle del Javarì, situata all’estrema parte occidentale dell’Amazzonia, alla frontiera tra il Brasile e Perù, costituisce l’habitat tradizionale di diverse etnie. I loro costumi, i loro valori , la loro cultura sono praticamente sconosciuti alla società brasiliana ed internazionale. In quest’area, una delle più vaste del Brasile (8 milioni di ettari) vivono, infatti, più di 10 tribù indigene per un totale di circa 3000 indios: Matsès, Marubo, Matis, Kanamari,Kulina, Korubo, Flecheiros, Tsohom Djapa, Indios del Rio Quixito…
Culturalmente le popolazioni indigene di questa regione sono semi-nomadi. I loro territori sono contigui e delimitati dai bisogni di sussistenza da una parte, dalla distanza mantenuta con le etnie rivali e le popolazioni non indios dall’altra.
Marubo
Sono circa 5oo, divisi in quattro gruppi principali.
Vivono in nuclei familiari più o meno numerosi perché spesso l’uomo sposa più donne che sono sorelle tra di loro. Ogni gruppo familiare appartiene ad un clan di tipo matrilineare che secondo la loro concezione ha avuto origine direttamente dalla terra.
Sono molto amanti delle visite scambievoli ed elevano l’incontro alla solennità di un rito – tanaméa – la cui importanza si percepisce anche dalla cura con cui è preparato il sentiero che conduce al luogo dell’incontro stesso.
Matses
Vivono, divisi in cinque gruppi, alla sorgente dei fiumi Javarì-Ituxi-Jaquirana.
Nella loro lingua si chiamano Mananuc Matses, cioè gente delle terre del centro o dell’altura.
Il contatto con i bianchi ha cambiato molti dei loro costumi, a cominciare dal modo di costruire la loro abitazione. Dall’iniziale maloca a forma di poliedro, con settori distinti dove vivevano più famiglie, sono passati alle capanne su modello di quelle dei “civilizzati”, dove vivono al massimo dieci persone, cioè il “capo” con la moglie ed i figli.
Sono cambiate anche le loro attività e da cacciatori che esponevano le loro prede si sono trasformati in intagliatori di legno.
Matis
Il primo contatto con questi indios si ebbe nell’agosto del 1975.
Per questa popolazione indigena la cura della propria persona è molto importane e molto ricca. Si tagliano i capelli e forano il naso, su cui fanno passare un dente di paca (roditore) dal quale partono otto sottilissimi fili, quattro per lato. Sul labbro superiore infilano due spilli, tolti dai gusci di granchio, che esternamente spuntano di alcuni centimetri ed internamente arrivano fino ai denti.
Poi pitturano il volto con tre linee di color azzurro scuro che vano da sotto l’orecchio alle narici.
Kanamari
Divisi in gruppi come tutti gli altri indios, i Kanamari danno ad ogni gruppo un nome proprio, desunto generalmente da un animale che viene considerato totem di quel dato numero di famiglie.
Abitano in case sopraelevate che hanno solo due pareti e senza divisori interni.
Molto sentita è la presenza e la funzione del pajè (capo). A lui è demandata infatti non solo la guida del gruppo e la cura delle malattie, ma soprattutto la continuità di questa funzione considerata determinante per la vita del gruppo.
Korubo
Dei loro costumi si sa molto poco, come anche del loro numero (pare ammontino a 250 persone). Come i Matis, essi usano mettere gli ossi degli animali tra le fessure della capanna. La loro arma caratteristica è la borduna che stringono tra le dita dei piedi per sorprendere meglio l’avversario.
Il loro territorio, ricchissimo di legno pregiato, di caucciù e di minerali, è sottoposto a costante occupazione contro la quale essi non possono far nulla.
I Korubo sono detti “spaccateste” perché colpiscono la vittima con un pesante bastone fracassandole il cranio. Un tempo isolati dal mondo, sono stati contattati dalla Funai (Ente governativo brasiliano per la difesa degli indios) nel 1996 per la prima volta.
Flecheiros
Tra gli affluenti São José e Uchoa vive una tribù bellicosa, a cui non è stato dato ancora altro nome se non quello generico di “indios flecheiros” (uomini freccia) perché, contrariamente ad altri che sono armati di bastoni, usano frecce avvelenate per uccidere. Nel 2003 Sidney Possuelo (Funai) con una spedizione di 34 uomini ha fatto un viaggio di 1500 km attraverso l’Area indigena “Vale do Javari” per raccogliere informazioni sull’estensione dei loro territori. Le poche informazioni che è riuscito a raccogliere parlano di indios alti e muscolosi con lunghi capelli fluenti e con il volto e il corpo dipinto di rosso. Secondo il funzionario della Funai, “l’isolamento offre ai Flecheiros la migliore speranza di conservare la loro cultura e la stessa sopravvivenza”.
Kulina
Secondo alcune testimonianze la tribù è antichissima, risalendo al tempo in cui “non c’erano brasiliani, ma solo indios”. Nonostante tutto, però, la tribù si è disgregata facilmente, sia per la partenza di alcuni uomini per Tabatinga, sia per gli attacchi frequenti dei Mayoruna, sia per le malattie portate dai bianchi. Quasi nessuno di loro si dedica ad attività agricole. Attualmente dipendono dai commercianti anche per le necessità più elementari. Sembra che il loro numero non arrivi alle 100 unità.
Tsohom Djapà (Tukano)
Sono indios nomadi, fondamentalmente cacciatori e raccoglitori, attività che esercitano in tutto il territorio, spostandosi in continuazione. I Kanamari, gli unici che hanno familiarità con i Tukano, hanno detto di aver visto nella loro terra grossi bananeti e vasti campi di manioca come anche di averli visti usare archi più grandi del comune, proporzionati agli uomini che li imbracciavano: uomini robusti, con capelli e barbe lunghe, particolarmente avvenenti. Belle anche le donne, con pelle liscia e chiara, prive di ornamenti.
La terra di questa tribù è stata invasa da numerosi commercianti del legno e del caucciù.
Molti Tsohom Djapa hanno contratto le “solite” malattie dei bianchi e privi di difese immunitarie sono morti.
Indios del Rio Quixito
Un gruppo di indios isolati è conosciuto con il nome generico di “Indios del Rio Quixito”. (Il Rio Quixito è un affluente del Rio Javari, e si getta in questo fiume dei pressi di Atalaia do Norte). La tribù fu avvicinata per la prima volta nel 1934 da un missionario cappuccino P. Venceslao da Spoleto.
Dei loro costumi si sa poco: uomini e donne curano attentamente la loro bellezza, ornandosi di strisce colorate incrociate sul petto, di braccialetti dello stesso tipo al polso e alle caviglie, di collane e (gli uomini) di aghi di bambù infilati attraverso le narici. Gli uni e gli altri sono molto appassionati di bottoni. Per questo la Funai, allorché tentò di avvicinarli, regalò bottoni in grande quantità e di tutti i colori. Questi indios non accettano vestiti o coperte in regalo perché provocano la “tosse”, dicono e non toccano oggetti dei bianchi se non proteggendosi le mani con larghe foglie.

 

 
made by Alligator.it [Home] [Chi siamo] [Adozioni a distanza] [I nostri progetti] [Contattaci]
AIFI Oasi S.Antonio di Padova - v.Canali,14 Perugia Tel/fax 075 5056039 info@aifiam.com