Gli indios del Javarì
La Valle del Javarì, situata all’estrema parte
occidentale dell’Amazzonia, alla frontiera tra il Brasile
e Perù, costituisce l’habitat tradizionale di
diverse etnie. I loro costumi, i loro valori , la loro cultura
sono praticamente sconosciuti alla società brasiliana
ed internazionale. In quest’area, una delle più
vaste del Brasile (8 milioni di ettari) vivono, infatti, più
di 10 tribù indigene per un totale di circa 3000 indios:
Matsès, Marubo, Matis, Kanamari,Kulina, Korubo, Flecheiros,
Tsohom Djapa, Indios del Rio Quixito…
Culturalmente le popolazioni indigene di questa regione sono
semi-nomadi. I loro territori sono contigui e delimitati dai
bisogni di sussistenza da una parte, dalla distanza mantenuta
con le etnie rivali e le popolazioni non indios dall’altra.
Marubo
Sono circa 5oo, divisi in quattro gruppi principali.
Vivono in nuclei familiari più o meno numerosi perché
spesso l’uomo sposa più donne che sono sorelle
tra di loro. Ogni gruppo familiare appartiene ad un clan di
tipo matrilineare che secondo la loro concezione ha avuto
origine direttamente dalla terra.
Sono molto amanti delle visite scambievoli ed elevano l’incontro
alla solennità di un rito – tanaméa –
la cui importanza si percepisce anche dalla cura con cui è
preparato il sentiero che conduce al luogo dell’incontro
stesso.
Matses
Vivono, divisi in cinque gruppi, alla sorgente dei fiumi Javarì-Ituxi-Jaquirana.
Nella loro lingua si chiamano Mananuc Matses, cioè
gente delle terre del centro o dell’altura.
Il contatto con i bianchi ha cambiato molti dei loro costumi,
a cominciare dal modo di costruire la loro abitazione. Dall’iniziale
maloca a forma di poliedro, con settori distinti dove vivevano
più famiglie, sono passati alle capanne su modello
di quelle dei “civilizzati”, dove vivono al massimo
dieci persone, cioè il “capo” con la moglie
ed i figli.
Sono cambiate anche le loro attività e da cacciatori
che esponevano le loro prede si sono trasformati in intagliatori
di legno.
Matis
Il primo contatto con questi indios si ebbe nell’agosto
del 1975.
Per questa popolazione indigena la cura della propria persona
è molto importane e molto ricca. Si tagliano i capelli
e forano il naso, su cui fanno passare un dente di paca (roditore)
dal quale partono otto sottilissimi fili, quattro per lato.
Sul labbro superiore infilano due spilli, tolti dai gusci
di granchio, che esternamente spuntano di alcuni centimetri
ed internamente arrivano fino ai denti.
Poi pitturano il volto con tre linee di color azzurro scuro
che vano da sotto l’orecchio alle narici.
Kanamari
Divisi in gruppi come tutti gli altri indios, i Kanamari danno
ad ogni gruppo un nome proprio, desunto generalmente da un
animale che viene considerato totem di quel dato numero di
famiglie.
Abitano in case sopraelevate che hanno solo due pareti e senza
divisori interni.
Molto sentita è la presenza e la funzione del pajè
(capo). A lui è demandata infatti non solo la guida
del gruppo e la cura delle malattie, ma soprattutto la continuità
di questa funzione considerata determinante per la vita del
gruppo.
Korubo
Dei loro costumi si sa molto poco, come anche del loro numero
(pare ammontino a 250 persone). Come i Matis, essi usano mettere
gli ossi degli animali tra le fessure della capanna. La loro
arma caratteristica è la borduna che stringono tra
le dita dei piedi per sorprendere meglio l’avversario.
Il loro territorio, ricchissimo di legno pregiato, di caucciù
e di minerali, è sottoposto a costante occupazione
contro la quale essi non possono far nulla.
I Korubo sono detti “spaccateste” perché
colpiscono la vittima con un pesante bastone fracassandole
il cranio. Un tempo isolati dal mondo, sono stati contattati
dalla Funai (Ente governativo brasiliano per la difesa degli
indios) nel 1996 per la prima volta.
Flecheiros
Tra gli affluenti São José e Uchoa vive una
tribù bellicosa, a cui non è stato dato ancora
altro nome se non quello generico di “indios flecheiros”
(uomini freccia) perché, contrariamente ad altri che
sono armati di bastoni, usano frecce avvelenate per uccidere.
Nel 2003 Sidney Possuelo (Funai) con una spedizione di 34
uomini ha fatto un viaggio di 1500 km attraverso l’Area
indigena “Vale do Javari” per raccogliere informazioni
sull’estensione dei loro territori. Le poche informazioni
che è riuscito a raccogliere parlano di indios alti
e muscolosi con lunghi capelli fluenti e con il volto e il
corpo dipinto di rosso. Secondo il funzionario della Funai,
“l’isolamento offre ai Flecheiros la migliore
speranza di conservare la loro cultura e la stessa sopravvivenza”.
Kulina
Secondo alcune testimonianze la tribù è antichissima,
risalendo al tempo in cui “non c’erano brasiliani,
ma solo indios”. Nonostante tutto, però, la tribù
si è disgregata facilmente, sia per la partenza di
alcuni uomini per Tabatinga, sia per gli attacchi frequenti
dei Mayoruna, sia per le malattie portate dai bianchi. Quasi
nessuno di loro si dedica ad attività agricole. Attualmente
dipendono dai commercianti anche per le necessità più
elementari. Sembra che il loro numero non arrivi alle 100
unità.
Tsohom Djapà (Tukano)
Sono indios nomadi, fondamentalmente cacciatori e raccoglitori,
attività che esercitano in tutto il territorio, spostandosi
in continuazione. I Kanamari, gli unici che hanno familiarità
con i Tukano, hanno detto di aver visto nella loro terra grossi
bananeti e vasti campi di manioca come anche di averli visti
usare archi più grandi del comune, proporzionati agli
uomini che li imbracciavano: uomini robusti, con capelli e
barbe lunghe, particolarmente avvenenti. Belle anche le donne,
con pelle liscia e chiara, prive di ornamenti.
La terra di questa tribù è stata invasa da numerosi
commercianti del legno e del caucciù.
Molti Tsohom Djapa hanno contratto le “solite”
malattie dei bianchi e privi di difese immunitarie sono morti.
Indios del Rio Quixito
Un gruppo di indios isolati è conosciuto con il nome
generico di “Indios del Rio Quixito”. (Il Rio
Quixito è un affluente del Rio Javari, e si getta in
questo fiume dei pressi di Atalaia do Norte). La tribù
fu avvicinata per la prima volta nel 1934 da un missionario
cappuccino P. Venceslao da Spoleto.
Dei loro costumi si sa poco: uomini e donne curano attentamente
la loro bellezza, ornandosi di strisce colorate incrociate
sul petto, di braccialetti dello stesso tipo al polso e alle
caviglie, di collane e (gli uomini) di aghi di bambù
infilati attraverso le narici. Gli uni e gli altri sono molto
appassionati di bottoni. Per questo la Funai, allorché
tentò di avvicinarli, regalò bottoni in grande
quantità e di tutti i colori. Questi indios non accettano
vestiti o coperte in regalo perché provocano la “tosse”,
dicono e non toccano oggetti dei bianchi se non proteggendosi
le mani con larghe foglie.
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